29/10/2003

MI ARRAMPICO (Quasi un elenco)

...sulle ore e i minuti, a volte mi sembra che persino il mio armadio trasudi tensione. Ma non sono un'arrampicatrice sociale: troppe rughe, appesantiscono l'attrezzatura per la salita. E per la discesa. Mi sposto, ma non sposto gli/le altri/: sono statica, amo le routines e detesto gli imprevisti. Ma non sono un macigno di granito. Giro intorno alle parole e le squadro a lungo. Le peso. Le annuso e le volto e rivolto. Cerco i risvolti delle parole come fossero giacche da indossare. Ma non sono una parolaia superficiale. Mi lascio irretire dai giochi alfabetici e da un certo tipo di etimologia che rasenta l'enigmistica: dentro ad ogni frase c'è una struttura metallica sottile come filigrana d'argento, solida come acciaio. Una struttura a zigzag. Io cerco di seguirla, anche se a volte mi addormento prima di girare l'ultimo angolo: mi alzo alle seiemmezza tutte le mattine. Ma non faccio mai citazioni. Non ho niente di giallo nei miei vestiti, negli strofinacci in cucina, nelle salviette. Non compro mai abiti che abbiano del giallo dentro, nè per mia figlia nè per mio marito. Questa fobia a volte rasenta la mania: non ci deve essere neppure una macchiolina gialla in quello che compro. Nemmeno nei piatti. Tollero a malapena il giallo sulle scatolette del cibo per la gatta. Per fortuna, non mi prendo molto sul serio. Ma c'è qualcuno che lo fa, molti lo fanno qua in giro nel mondo, dove lavoro e altrove: gente che si crede, si crede, si crede... Mi smentisco, e chiedo scusa spesso. Non mi vergogno mai di chiedere scusa. E nemmeno di dire quanti anni ho. Che stupidaggine. Pensare che avevo iniziato questo testo incerta se intitolarlo "Movimenti letterali" per parlare delle veline di Passaparola...
riflessi di riflessi di glaucy at 16:11:44 13 Commenti

21/10/2003

NON NUOTO DOVE NON TOCCO. E ho paura dell'idromassaggio.

Eppure faccio quaranta vasche da venticinque metri (o 20 da 50, a seconda di come una vede la cosa) in trentacinque minuti due volte la settimana, da un anno e mezzo. Poi ho scoperto che con gli occhialini nuoto meglio perchè vedo dove vado e almeno guardo le gambotte di quelle dell'idrogym e mi distraggo un pò: perchè fare avanti-e-indrè, avanti-e-indrè per mezz'ora è una tale palla! Io gli occhialini sin'ora li avevo snobbati perchè fanno parte del corredo d'ordinanza di quella tremenda razza che sono gli/le SportivONI/E, insieme a: 1)costume splendidissimo, costosissimo e firmatissimo, con i colori giusti e il modello giustissimo e trendissimo; 2)ciabatte laminate oro con la stessa firma del costume (ovvio); 3)accappatoio con strascico in velluto cinese con ricami e nappine ai bordi, che fa pendant con il resto; 4)cuffia della società debitamente logora perchè deve vedersi che sei socio/a DA ANNI, mica da un giorno o due; 5)borsone idem, quindi logoro anche lui oppure, in alternativa (ma è un pò da cafoni) con la stessa GRIFFE dei punti 1), 2) e 3), e naturalmente con le identiche nouances. Ebbene, costoro te li trovi il sabato mattina alle ottoemmezza anche se fuori ci sono quindici gradi sottozero e una nebbia che si taglia con il coltello: entrano con il mento rivolto al soffitto e l'aria schifata, posano il salviettone trapuntato, si levano in un battibaleno l'accappatoio con lo strascico e si buttano sotto una doccia gelida e lunga, si tuffano con la rincorsa e fanno diciotto vasche in sette secondi senza fermarsi. Quindi escono e se ne vanno senza voltarsi mai. E poi c'è l'idromassaggio: una spaventosa caverna con un pentolone bollente al centro, dove ho provato una volta ad entrare per schizzarne fuori mezzo secondo dopo: non amo essere frullata.
riflessi di riflessi di glaucy at 10:34:10 12 Commenti

14/10/2003

"Calendar girls" e maratone di lettura

Sono andata a vedere "Calendar girls" perchè io sono una calendar girl: in senso anagrafico, naturalmente. Mi sono divertita tantissimo; e no, che non è esatto. C'è divertimento e divertimento: di-vertire infatti significa, etimologicamente, volgere altrove l'attenzione, spostarla da un'altra parte. Allora io non mi sono di-vertita, in questo caso: il film è uno dei più belli che abbia visto nell'ultimo decennio, diciamo. Ma anche qui la lingua italiana è impropria ed insufficiente: sarà che sono pignola io, ma non mi soddisfa dire di questo film che "è bello". Non è così. La storia probabilmente è nota, oltre ad essere un fatto vero: una dozzina di signore fra i 50 ed i 70 anni realizza un calendario con fotografie maliziosette di loro stesse in varie attitudini casalinghe, e con qualche centimetro quadro di epidermide (una spalla lì, un'anca là, la schiena di Annie che suona il pianoforte) che s'intravvede. Poi viene il successo, Hollywood, qualche problema familiare, la solita guastafeste che vuol fare il capo e si sente tagliata fuori, e così via. Il tutto all'interno di una cornice paesistica deliziosa: lo Yorkshire. A me è piaciuto da matti il marito di quella più anziana, che a colazione le dice, quasi senza alzare gli occhi dal giornale che sta leggendo: "Sei nuda stamattina sul giornale, cara."- pausa - "Vuoi passarmi il bacon per favore?" con lo stesso, identico e pacato tono di voce. Ecco, io mi sono sempre sentita tanto inferiore a questa capacità innata di distacco ironico che ha il DNA britannico. E che avrei voluto tanto anch'io quando domenica sera alle sette, alla maratona di lettura, ho letto 4 poesie: di Sylvia Plath, Katherine Mansfield, Gabriela Mistral e Alda Merini. Quattro poesie che per me erano altrettanti ologrammi di pezzi della mia vita e della mia immaginazione. Mio marito e mia figlia hanno detto che sono stata la migliore, e penso anche che abbiano ragione. Ma cosa conta? Contano gli altri, i noiosi, che hanno sbrodolato via frasi su frasi lette male, farfugliando come se stessero leggendo pagine di elenco telefonico anzichè romanzieri o poeti. Quelli che hanno i soldi, la famiglia potente, gli amici giusti. Ed io no, invece. Io, una calendar girl.
riflessi di riflessi di glaucy at 08:45:05 11 Commenti

07/10/2003

In prima superiore

Ho cambiato molte scuole, alcune città, due famiglie. A sette anni, in novembre, mia madre mi dice: "Preparati, domani vai a Torino dalla nonna". Al che io chiedo: "E quando torno?" Lei, pacifica, risponde: "Non torni. Resti fino alla fine dell'anno scolastico." Quella è stata la prima volta in cui mi sono sussurrata: "Stai ferma, immobile, non fare una sola piega, nessuna espressione. Devi restare FERMA. Così nessuno ti potrà fare del male. Nessuno ti vincerà." E intanto avvertivo un curioso formicolio alle piante dei piedi: era il terreno che stava mancando sotto i medesimi. In quinta elementare tutte le mie amiche, che nel frattempo mi ero fatta, si iscrivono ad una stessa scuola media, ovviamente a Torino. Io no. Io devo tornare a casa. Quella è stata la prima volta in cui ho deciso di infrangere la regola dell'impassibilità che m'ero data quattro anni prima: e infatti vado in pellegrinaggio nella stanza del potente Conte Zio, che contava infinitamente di più della nonna e della zia, per chiedere di restare a Torino: non volevo tornare a casa. Invece no. Niente da fare. Il pacchetto viene rispedito al mittente. Nuova città, per me era pressochè sconosciuta; nuova scuola; gente mai vista prima. Vicino, una lunga strada ventosa (la beatlesiana long and winding road) fiancheggiata da alberelli che alcuni anni più tardi faranno ombra al passeggino di mia figlia. In terza media, nuova scelta: dove vado, che scuola faccio? Ci sono due scuole (Sic!) di pensiero: la mia famiglia d'origine opta per il Liceo Classico, quella di Torino preferirebbe le Magistrali, che assicura il posto di lavoro (a quei tempi era così. Forse). Io vorrei andare dove vanno in massa le mie amiche, che nel frattempo mi sono fatta: cioè alle Magistrali. Vado al Classico. Nuova scuola; questa volta stessa città. Gente mai vista prima.
riflessi di riflessi di glaucy at 09:26:42 8 Commenti